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Le radici del pellegrinaggio da: "PELLEGRINAGGIO" |
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introduzione |
Il pellegrinaggio nella vita dell'uomo viene da lontano: ha radici profonde nel suo essere e nella sua storia. Ha radici nella sua dimensione psicologica ed esistenziale. L'uomo è in ricerca, è curioso di sapere e di conoscere: è pellegrino della verità e della felicità. Il quesito sulla sua identità, sul senso della vita e sul proprio destino lo rendono viator: ricercatore oltre gli stessi confini umani, aperto all'Assoluto, con la voglia di possederlo e divenire simile a Lui. Ma a questa ricerca - non sempre positiva e vera - un giorno ha voluto affiancarsi Dio stesso per guidare, purificare, elevare, indirizzare al punto giusto la ricerca dell'uomo verso il mistero. E' la vicenda storica di Israele trasmessaci dalla Bibbia, dove si narra l'esporsi graduale di Dio nella vicenda umana, per manifestarsi e comunicarsi, fino a rendersi visibile fisicamente in Gesù di Nazaret, rivelazione piena di Dio e del progetto di uomo creato da Dio. E' il pellegrinaggio di Dio verso l'uomo che precede e sollecita come risposta il pellegrinaggio della fede dell'uomo verso Dio. "Dio s'è fatto uno di noi per fare ognuno di noi uno di Lui" (sant'Ireneo). Da qui la terza radice del pellegrinaggio, quella teologica, che fonda il vero e puro anelito dell'uomo verso Dio. Scrive san Paolo: "Ci ha predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29). Creati, predestinati, strutturati quali figli di Dio come l'Unigenito, è iscritto in noi - necessariamente, naturalmente - il bisogno di Dio, impastati come siamo di divino, col destino e il desiderio profondo di divenirne eredi. Qui si fonda la sete di Dio, incancellabile, che arde in ogni uomo e che lo spinge alla sua ricerca e al suo possesso. Più precisamente parliamo di "nostalgia" perché è ritorno e scoperta di una sua radice lontana. Dio si è insediato nella storia; l'evento cristiano ne è il cuore e il culmine, ma per dilatarsi e raggiungere tutti. Come un fiume d'acqua viva, da quel punto storico, scorre la realtà visibile della Chiesa, mistero e - contemporaneamente - luogo di salvezza. Lì si incontra la memoria di quell'evento, ma una memoria efficace che per l'opera dello Spirito Santo attualizza per ognuno di noi atti e frutti di trasformazione e santificazione. Il pellegrinaggio verso Dio allora sfocia nella Chiesa e nel sacramento se vuol essere davvero approdo di salvezza. A questa precisa meta sacramentale deve giungere ogni pellegrinaggio a un santuario. Infine l'ultima radice o dimensione del pellegrinaggio è quella "escatologica", perché il nostro approdo al mistero cristiano è solo un inizio, una promessa: "Nella speranza noi siamo stati salvati..." (Rm 8,24). La nostra è una situazione del "già e non ancora": siamo già salvati, ma in attesa del possesso pieno di una salvezza che ci sarà data come compimento, anche nel corpo, con il ritorno glorioso di Cristo. La Chiesa, nella sua indole, è "pellegrina" verso quel compimento che l'Apocalisse vede come un giorno di nozze, di totale e definitiva comunione dello sposo con la sposa, di ogni cristiano con Cristo, in Casa Trinità, dove Dio sarà tutto in tutti! Modello e primizia di questa peregrinazione e di questo compimento è Maria. Perciò ogni pellegrinaggio mariano è rievocazione e lettura della nostra stessa vicenda di uomini incamminati nella fede verso un destino di vita in cui Maria ci ha preceduti e di cui è segno e speranza. |
| La radice esistenziale |
Camminare verso una meta è ciò che
qualifica l'intima condizione dell'uomo viator, segnato già nella sua crescita fisica e
psichica da una tensione verso una maturità. Così
si può dire anche della sua aspirazione a una
rilevanza sociale sempre più vasta. Essenzialmente sono tre le
angosce che avvelenano l'esistenza dell'uomo: la
paura della morte, l'incertezza sul senso della
vita, il peso interiore del rimorso col bisogno
urgente di perdono. Sono esigenze insopprimibili
dell'anima, interrogativi e problemi di limite, là
dove la ragione sfiora l'assurdo e il cuore teme
la disperazione. Dentro l'uomo c'è un qualcosa che grida un bisogno di pienezza che travalica l'esperienza dei suoi limiti. L'uomo è una creatura aperta che invoca nella frammentarietà l'unità, nel tempo l'eterno, nel piccolo il tutto e l'infinito. Sono desti nell'uomo un anelito e una nostalgia di Dio. In fondo al cuore d'ognuno si erge un altare dedicato a un dio ancora ignoto, ma di cui siamo alla ricerca come a tentoni nel buio. L'uomo avverte un bisogno naturale, "creaturale" di Dio; sperimenta un vuoto che grida di essere riempito. Soffocare tale bisogno è chiudersi alla razionalità e condannarsi all'assurdo, rinunciare a essere uomini! E nasce la religione. Induismo, buddismo, islam... le
grandi religioni storiche raccolgono questo
anelito, lo cristallizzano in forme sociali e
l'incanalano verso una certa visione di Dio e
dell'uomo. E un pellegrinaggio che manca di traguardo rende schiavo l'uomo. |
| La radice biblica |
Un giorno Dio chiamò Abramo e gli disse: "Esci dalla tua terra e va' nel paese che io ti indicherò" (Gn 12,1). E Abramo inizia il pellegrinaggio della sua vita guidato da Dio stesso. Dopo di lui Mosè è chiamato dal roveto ardente e inviato a condurre il suo popolo fuori dalla schiavitù d'Egitto. E' il braccio potente di Dio a far passare Israele per le acque del Mar Rosso; è Dio a convocarlo al Sinai per offrirgli un'alleanza; è Lui a guidarlo e a metterlo alla prova nel deserto per 40 anni. Mosè ne avrà coscienza: "Se tu non cammini con noi, io non mi muoverò!" (Es 33,15). Tutta la Bibbia è la storia di questo graduale esporsi di Dio dentro la vicenda di un popolo per rivelargli sempre più il suo volto preciso, per comunicarsi a lui con una solidarietà che diviene salvezza, e invitarlo ad accogliere un'alleanza che mira a portare l'uomo a una partecipazione più piena al suo mistero. Il lungo pellegrinaggio dell'uomo verso il mistero della vita incrocia il pellegrinaggio di Dio verso l'uomo che viene incontro ai suoi passi incerti, per purificarne gli aneliti e dirigerlo verso esperienze che svelino una vicenda di Dio e dell'uomo che li accomuna. Più precisamente: l'esperienza dell'Esodo segna il paradigma dell'itinerario che Dio fa compiere all'uomo perché possa raggiungere la salvezza. L'iniziativa è di Dio che "ha compassione del suo popolo" e si muove a liberarlo da una schiavitù, di cui l'uomo a volte ha nostalgia! Per la mediazione di un suo inviato, Mosè, che agisce non per forza propria ma per poteri ricevuti, Dio libera il suo popolo per portarlo a un'esperienza e a una comunione con Lui: è il momento solenne dell'alleanza al Sinai. Ma il dono di Dio va stimato e fatto proprio, anche negli avvenimenti difficili della prova: il deserto rappresenta il momento educativo robusto di questo Dio che conduce alla fine il suo popolo nella terra promessa. Altra immagine emblematica del pellegrinaggio che Dio disegna con il suo popolo è la vicenda personale di Osea: parabola dell'alleanza che i profeti leggono in chiave sponsale. Quest'uomo, Osea, aveva sposato una donna cui voleva un gran bene e dalla quale aveva avuto tre bei bambini. Dopo dieci anni di matrimonio, questa donna abbandona marito e figli e se ne va con altri amanti. Osea rimane sconcertato. Dio interviene a dirgli: Va' a fare il profeta a mio nome e racconta l'angoscia che ti ha preso, perché tale è anche il mio sconcerto e la mia angoscia; il mio popolo mi ha abbandonato e tradito con altri amanti, con altre divinità, e ha disprezzato tutte le tenerezze e le premure di sposo che io ho sempre avuto nei suoi confronti. E Dio si lamenta: "Che altro potevo fare di più alla mia vigna che io non abbia fatto?" (Is 5,4). Dio farà di tutto per richiamare il suo popolo alla fedeltà, anche con castighi. Ma alla fine dirà a Osea: "Ama la tua donna, anche se ti tradisce con un amante. Amala, come il Signore ama gli Israeliti anche se si rivolgono ad altre divinità" (Os 3,1). In questa coppia difficile, quando il partner umano viene meno, al partner divino non resta altra scelta che la misericordia e il perdono! E alla fine sarà proprio Dio a venire a rimetterci la pelle per riscattare l'uomo dai suoi mali più profondi: il peccato e la morte. L'incarnazione del Figlio di Dio che si fa uomo in Gesù di Nazaret segna la condivisione più piena di Dio con la vicenda umana, fino a divenirne cosí solidale da "portare lui il peccato di tutti noi, per le cui piaghe noi siamo stati guariti" (Is 53). E' appunto lì che deve sfociare l'itinerario dell'uomo verso la propria salvezza e vita. Cristo è il culmine della storia umana, dove il Dio invisibile s'è reso accessibile e consanguineo all'uomo così da condividerne tutta la vicenda e portarla a pieno riscatto. Potremmo riassumere questo aspetto del pellegrinaggio dell'uomo nell'icona dei Magi. Li muove una ricerca, certamente quella di Dio. Una stella interviene e li guida. Il creato già dice molto su Dio! Ma quella stella li indirizza a Gerusalemme, dove Dio da tempo s'è reso vicino e dove le Scritture parlano di una sua imminente apparizione. E vengono indirizzati a Betlemme, dove il cielo ha toccato la terra, dove l'Assoluto ha preso volto di uomo e l'Eterno s'è fatto bambino! La Bibbia indirizza la ricerca verso il posto giusto fissato da Dio per l'incontro vero e definitivo tra umanità e divinità. I Magi, che cercavano sinceramente Dio, lo hanno trovato e adorato in quel bambino posto nella mangiatoia. Il cristianesimo non è un'incantevole favola sentimentale, o una teoria filosofica, né una religione inventata da uomini saggi: è semplicemente un fatto, un evento - documentabile e certo dell'unico ed eterno Dio che s'è mescolato come uomo tra gli uomini per incontrare l'uomo che da sempre ne è in ricerca. Da allora non è più ipotizzabile un altro volto del mistero, di Dio. "In lui - dirà san Paolo di Gesù - abita la pienezza della divinità in un modo fisico" (Col 2,9). Questo in sostanza è l'unico sbocco salvifico del pellegrinaggio dell'uomo! |
| La radice teologica |
Ritorniamo indietro a scoprire le primissime fila di queste nostre radici. Avvenne che un giorno, in Casa Trinità, si tenne consiglio di famiglia e si prese una prima sorprendente decisione. Viveva da sempre lì un Figlio profondamente in sintonia col Padre, era l'Unigenito, goccia del tutto simile a Lui, "della stessa sostanza del Padre". Ebbene, si decise di allargare famiglia e di avere come figlio proprio un uomo: quel Figlio Unigenito avrebbe assunto anche una natura umana, diventando uomo-Dio, il Figlio di Dio che è anche uomo. E' Gesù Cristo, inizio e fine di tutta la successiva creazione dell'uomo e delle cose. Così si esprime san Paolo: "Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui" (Col 1,15-17). Appunto "in vista di lui" si prese la seconda impensabile decisione: creare, cioè, ogni uomo su quel modello, quasi sua espansione e prolungamento, diventando Lui non il caso unico, ma "il primogenito di molti fratelli". Lo afferma ancora san Paolo: "Ci ha predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli" (Rm 8,29). Ogni uomo quindi è progettato, creato, strutturato, "stampato" secondo quel prototipo: cioè uomo-figlio di Dio, chiamato a diventare come l'Unigenito figlio proprio di Dio e suo erede: "Vedete come ci ha voluto bene il Padre? Egli ci ha chiamati a essere suoi figli. E noi lo siamo realmente" (1 Gv 3,1). Questo significa che dentro ogni uomo, impastato com'è di divino, è inscritto un bisogno assoluto di Dio; la sua più intima struttura tende a realizzare in pieno quella sua destinazione a essere "simile a Lui", a raggiungere quella intimità e quel possesso di Dio che l'Unigenito da sempre ha col Padre. Per usare un'immagine: ogni uomo è come nella condizione di un fidanzato promesso a un matrimonio grande e alto, quello con la divinità, nel cammino di una sua progressiva identificazione a quel Figlio di Dio incarnato sul quale è stato predestinato, fino a trasformarsi "in un uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,13). E' qui che si fonda in verità l'anelito dell'uomo verso Dio, il suo cercarlo senza sosta, in forme diverse, ma incessanti. E' quello che propriamente qui si chiama "nostalgia" di Dio. Sant'Agostino ne ha colto in profondità tutta la ripercussione psicologica ripensando alla sua lunga e appassionata ricerca di Dio: "Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te". Qui si fonda l'impulso profondo del pellegrinaggio: in una natura e quindi in un cuore assetato di Dio perché bramoso della riuscita della sua unica identità e del destino che gli è dato fin dall'atto creativo! |
| La radice ecclesiale |
Nel pellegrinaggio di Dio verso l'uomo, in una prima tappa Egli ha come voluto scavalcare i cieli e rendersi presente sulla terra, nella nostra storia; è l'evento cristiano come fatto. Ma la fantasia di Dio è andata oltre: ha voluto valicare anche il tempo e rendersi contemporaneo a ogni uomo, entro le successive generazioni e dentro il cuore e la libertà di ognuno. E' quello che noi chiamiamo il dono dello Spirito Santo. Sant'Ireneo dice che il Padre agisce con due mani: il Verbo e lo Spirito. Alla "missione" del Verbo succede ora la "missione" dello Spirito, che prolunga e porta a destinazione definitiva l'opera iniziata da Gesù. Cristo rimase fisicamente tra noi fino all'ascensione dopo essere risuscitato dai morti; ma poi cambia il suo tipo di presenza: da quella fisica (limitata nel tempo-spazio) a quella "pneumatica", mediante cioè il suo Spirito che invia continuamente nel mondo. E' il suo nuovo modo di essere tra noi; l'aveva pur promesso: "Non vi lascerò orfani" (Gv 14,18); "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre" (Gv 14,16). E' ciò che chiamiamo, in termine tecnico, l'evento cristiano come mistero, più precisamente come sacramento. Si tratta dell'agire dello Spirito nella storia mediante segni che fanno memoria dell'opera di Cristo e ne rendono presenti nella loro sostanza atti e frutti salvifici. Certo, lo Spirito - datoci da Gesù in croce (cfr. Gv 19,30) - è quale rugiada e acqua feconda che scende come pioggia su tutti gli uomini. Ma dal giorno di Pentecoste Gesù ha voluto che quest'acqua viva scorresse fino a noi, fino alla fine del mondo, come in un canale sicuro, quasi un frammento divino, non manipolabile, esterno, visibile, riferimento e indirizzo preciso cui ogni uomo potesse rivolgersi per attingere direttamente all'azione efficace di Dio. Si tratta della Chiesa, sacramento primordiale di salvezza; o meglio sacramento nel tempo di Cristo, che a sua volta è sacramento del Padre. E' nella Chiesa allora l'approdo concreto di chi vuol incontrare efficacemente l'azione di Dio oggi. "Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre" (san Cipriano). La Chiesa è costituita essenzialmente da tre elementi, stabiliti da Gesù come "deposito del sacro" e strumenti efficaci di santificazione: la parola di Dio scritta, la grazia dei sacramenti e il ministero apostolico. E in particolare, come fonte e culmine di questa presenza/azione di Cristo in forma sacramentale, l'eucaristia. La divina liturgia è come il vestito entro il quale si cala e si comunica l'azione di Cristo che agisce interiormente mediante l'azione dello Spirito, che noi chiamiamo grazia santificante. Il sacramento allora è come l'ultima tappa raggiunta dal pellegrinaggio di Dio per incontrare l'uomo; ed è quindi lì la stazione di contatto in cui il pellegrinaggio dell'uomo in cerca di Dio deve approdare. Ogni pellegrinaggio che non voglia fallire il suo appuntamento non può non avere questa dimensione ecclesiale e sacramentale. Se l'incerto sentiero personale dell'uomo non sfocia in questa strada maestra stabilita da Dio succederà - come spesso capita - di incontrare un volto sbagliato di Dio, che invece di liberare rende più schiavo l'uomo e lo distrugge! E' cronaca quotidiana in clima di inflazione di sètte! |
| La radice escatologica |
La speranza è il caso serio della vita. E' la speranza a muovere l'uomo; è sempre l'ultima a morire. La speranza è il presagio di
un possesso. Ma spesso si rivela un miraggio,
un'illusione. E il cuore si ostina, diventando
così, la speranza, una bambina dagli occhi
bendati. Cioè solo... fortuna. E siamo
all'irrazionalità subumana! Uno dei temi più classici del Nuovo Testamento è quello degli "ultimi tempi". E cioè: con la morte e la risurrezione di Cristo il tempo è giunto al suo "colmo", al suo compimento; la vicenda umana è giunta al vertice, ha realizzato in pieno quei sogni di vittoria, di riuscita e di felicità che si attendeva. Un uomo, Gesù di Nazaret, ha vinto il peccato e la morte, ha raggiunto come uomo quel pieno possesso di Dio che è sempre stata aspirazione di tutti; siede ora alla destra del Padre, anche col suo corpo glorificato. Non solo è possibile vincere, ma di fatto uno di noi ha vinto, ha scavalcato la morte e già vive in pienezza una nuova e perenne vita in Dio. E, naturalmente, non come caso unico, ma con dichiarata promessa d'essere primizia e primogenito di altri risorti. Tutto il cristianesimo è
incentrato in questa promessa. O, più
precisamente, in questo anticipo che noi
chiamiamo Spirito Santo, "che è Signore e dà
la vita". Lui, lo Spirito, un giorno "darà
vita anche ai vostri corpi mortali a causa del
suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11). |